Intervista a Saaed Amireh, attivista della resistenza popolare a Ni’lin

28 Novembre 2013 | International Solidarity Movement | Ni’lin

Saeed Amireh, 22 anni, è un abitante di Ni’lin, figlio di contadini, e attivo nella resistenza popolare dal 2003.

– Puoi raccontarci un po’ della storia di Ni’lin?

In passato, Ni’lin faceva parte dell’area che oggigiorno si trova all’interno dei confini del ’48. Nel 1994, quando arrivò l’Autorità Palestinese, Ni’lin diventò parte della città di Ramallah. Per cui oggi Ni’lin è situata esattamente sulla Green Line del ’49, a circa 27 chilometri a ovest di Ramallah. Il villaggio fa parte della West Bank, ma non è sotto controllo palestinese. E’ interamente in Area C, per cui è sotto controllo israeliano.

Dal 1967, quando è stata occupata la West Bank, Ni’lin ha inziato a soffrire. Da quel momento, gli israeliani hanno cominciato a costruire degli insediamenti sulle nostre terre, iniziando da Ni’li a nord di Ni’lin nei primi anni ’70, rubando il nome del nostro villaggio. E in seguito Hashmonain a sud, Qiryat Sefer, Mattitjahu e poi Naaleh. Così ci sono 5 insediamenti israeliani. Inoltre hanno costruito una strada dell’apartheid, chiamata 446, che separa Ni’lin in due parti. A causa di queste costruzioni gli abitanti hanno perso gran parte delle loro terre. La maggior parte delle persone quì sono contadini e la loro principale fonte di guadagno proviene dalla coltivazione della terra.

Oltre a questo, Ni’lin ha due fabbriche di olio; le esportazioni costituiscono un’altra delle principali fonti di guadagno. Ni’lin è famosa per la produzione di olio di oliva e l’industria dei cactus. Così come Hebron è famosa per l’uva e Jerico per le banane. Durante quel periodo, intensificato dalla costruzione del muro, Ni’lin ha perso 5000 ettari di terra su un totale di 5800 ettari, per cui rimangono solamente 800 ettari. Abbiamo lottato contro questa confisca e furto di terre. Abbiamo anche perso molte persone che sono state uccise, ferite o arrestate, in alcuni casi tuttora non sappiamo dove si trovino. Molte persone se ne sono andate. Un tempo eravamo circa 12000 abitanti, ora siamo solo in 5500. Sono partite per la Giordania o altri posti nella West Bank in Area A o B, altre sono andate in Europa, o negli Stati Uniti. In realtà la maggior parte è andata in Germania, soprattutto a Berlino.

– Perchè a Ni’lin si svolgono le manifestazioni del venerdì contro le forze israeliane?

Le manifestazioni erano una risposta alla costruzione del muro. E abbiamo iniziato la nostra protesta non violenta, senz’armi, assieme a degli attivisti internazionali ed israeliani.

– E per quanto riguarda la lotta del villaggio contro l’occupazione?

La lotta è cominciata nel 2003, quando è iniziata la costruzione del muro. Hanno cominciato a Budrus e Ni’lin contemporaneamente. Hanno inziato nel nord della Palestina fino a quando hanno raggiunto il nostro villaggio. Si sono mossi molto in fretta, non hanno incontrato molta resistenza. La gente era ancora stremata dalla repressione della seconda Intifada. Dal momento che l’Intifada era resistenza armata, non c’era spazio per tutti. Questa è la differenza tra la resistenza armata e la resistenza senz’armi. Nella resistenza senz’armi chiunque può unirsi alla lotta e essere coinvolto. Questo la rende più potente.

Così, mentre la costruzione del muro andava avanti, a Ni’lin nel 2003 abbiamo tenuto il nostro primo incontro. Questo era l’inizio del comitato popolare e del movimento di lotta popolare nell’intera West Bank. La prima protesta si è svolta a Budrus, dove ci siamo uniti alla gente del posto. I soldati sono rimasti sorpresi, vedendo le persone adottare tattiche di resistenza senz’armi dopo la Seconda Intifada. All’inizio, hanno partecipato solo poche persone, molte erano spaventate. Durante la prima manifestazione, i soldati hanno tracciato una linea, dicendoci che chiunque l’avesse oltrepassata avrebbe potuto considerarsi morto. Così ci siamo presi per mano, abbiamo contato fino a tre, e siamo saltati oltre la linea. Naturalmente non hanno potuto ucciderci.

In poco tempo eravamo oltre 300, da tutti i villaggi. Vedendo questo, più di 16 villaggi hanno iniziato pure loro delle proteste. Israele era molto infastidita da tutte queste proteste e ha dovuto fermare la costruzione a Ni’lin perchè temeva un’altra insurrezione. Solo dopo aver completato il muro in tutti gli altri luoghi, nel 2008 sono tornati a Ni’lin per finire il loro lavoro. Durante quel periodo la lotta popolare si è sviluppata. Abbiamo creato dei comitati popolari. A Ni’lin avevamo un comitato che rappresentava tutti i partiti politici, i contadini, diverse organizzazioni e famiglie.

Abbiamo iniziato ad organizzare le nostre proteste assieme ad attivisti internazionali, attivisti per la pace israeliani, e dei giornalisti. Questa è un’altra differenza rispetto all’Intifada. Durante l’Intifada non si faceva attenzione ai media o al coinvolgimento di attivisti israeliani. Ci hanno aiutato moltissimo, per capire la legge militare israeliana e l’occupazione. Ci hanno insegnato un sacco di cose e sono stati una grande fonte di ispirazione. Specialmente gli Anarchists Against The Wall (Anarchici Contro il Muro), sono i migliori.

– Come è cambiata la resistenza a Ni’lin negli ultimi anni?

All’inizio eravamo così tanti; eravamo pronti dopo le due Intifada. Ma la repressione è stata pesante e i manifestanti sono diventati sempre meno. Questo è un grande problema, perchè ogni lotta ha bisogno delle sue fonti di supporto. E senza questo supporto, un piccolo numero di persone investe tutte le proprie energie fino a quando non può più continuare. Molte persone sono state ferite e non hanno potuto continuare a partecipare alle manifestazioni.

– Per quale motivo hai cominciato a partecipare alle proteste?

Nel 1997, ho vissuto un’esperienza personale molto significativa. Mio padre mi portò per la prima volta ad una manifestazione. A quel tempo protestavamo contro gli insediamenti, in modo pacifico. L’uomo che aveva organizzato la protesta, Atallah Amireh, fu colpito con proiettili veri alla testa e nel cuore. Per lui, l’Autorità Palestinese organizzò unicamente un funerale. Ogni volta che qualcuno muore sotto occupazione, noi lo onoriamo. Li chiamiamo martiri. Cerchiamo di supportare la famiglia e farli sentire meglio, visto che i loro famigliari sono morti per proteggere la loro casa. Comunque, spararono a quest’uomo davanti ai miei occhi. A quel tempo non capii veramente perchè. Non piansi, ero solo senza parole.

Da quel momento, la mia vita è cambiata completamente. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai mio padre mi portò alla manifestazione. Avevo sette anni, e le manifestazioni sono molto pericolose. Per quale motivo un padre vorrebbe fare questo a suo figlio? Ma sai, se i nostri padri non ci mettessero di fronte alla realtà dell’occupazione non sarebbe buono per noi. Questo è il motivo per cui ci mostrano la realtà della vita sotto occupazione sin dall’inizio, in modo da abituarci. Quando siamo giovani non viviamo nell’illusione, non è che poi quando cresciamo scopriamo improvvisamente la dura realtà della vita.

Siamo una grande famiglia. Ho quattro fratelli e tre sorelle. E ho un sacco di cugini; i miei fratelli e sorelle, hanno tutti cugini della stessa età. Io non ne avevo, e quindi mio padre mi portava sempre con lui. Ovunque andava, dai suoi amici o a delle riunioni importanti. A quel tempo, non mi portava appresso come un bambino, mi presentava come un suo amico. E neppure io avrei permesso che mi si trattasse come un bambino. Così, nonostante fossi ancora un bambino, mi trattavano come un uomo, addirittura come un leader. Molto presto, ho dovuto farmi carico di responsabilità importanti. La mia prima vera opportunità si presentò nel 2003, a poca distanza dalla Seconda Intifada.

– Com’è la situazione al momento a Ni’lin?

Al momento ci sono molti arresti. Abbiamo tentato di resistere contro l’espansione degli insediamenti. Siamo persino andati in tribunale per intentare una causa contro Ni’li quando hanno confiscato le nostre terre. Ma si stanno ancora espandendo, con decine di nuove case costruite sulle nostre terre. Non riusciamo a fare qualcosa. Stanno iniziando a costruire pure un tunnel. C’è stato un aumento della violenza a Ni’lin. C’è un nuovo comandante responsabile dell’area. Vuole annientare il nostro villaggio, perchè nonostante tutto quello che ci hanno fatto, gli spari, gli arresti, l’uccisione di cinque persone, la gente è stanca ma non si arrende.

Quest’anno, da gennaio ad aprile, hanno arrestato 16 persone. In seguito si sono fermati per un po’, per poi intensificare la repressione in ottobre. Hanno invaso il villaggio ogni giorno, arrestando sempre più persone. Al momento, 42 persone di Ni’lin si trovano in carcere. Nonostante questo, la voce contro l’occupazione è cresciuta. Una novità è rappresentata dal fatto che i soldati hanno iniziato a sequestrare i computer e altre apparecchiature tecniche dal villaggio, perchè sanno che questi (i media) sono la nostra arma. In luglio l’esercito ha chiesto ai tribunali israeliani il permesso di usare proiettili veri anche quando sono presenti telecamere che stanno riprendendo. Gli è stato concesso.

Nel 2008, hanno ucciso Ahmud Musa, che aveva 10 anni. I soldati affermarono che erano stati costretti a rispondere con la violenza, altrimenti sarebbe stato considerato un segno di debolezza. L’assassino di Ahmud Musa non è mai stato accusato di nessun crimine.

Cercano inoltre di riempire il villaggio di droghe per indebolire il movimento. Questo sta creando un sacco di problemi nella nostra vita sociale.

– Quali effetti ha l’occupazione sulla tua famiglia?

Ti racconterò la storia della mia famiglia. Siamo rifugiati di Jaffa. Nel 1948 siamo stati espulsi in Giordania. Prima di ciò la mia famiglia viveva nella città vecchia di Jaffa. Siamo tornati nella West Bank nel 1968. Solo mio padre e la sua famiglia più stretta, gli altri rimasero in Giordania. Alcuni di essi col tempo si rifiutarono di tornare, perchè non volevano dare la propria approvazione ai punti che furono espressi negli Accordi di Oslo. Erano combattenti nell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Quando abbiamo tentato di tornare sulle nostre terre a Jaffa, ci siamo resi conto che era impossibile. Questo è il motivo per cui ci spostammo a Ni’lin, che è il punto più vicino a quella zona. Tutto il resto era chiuso.

La prima cosa è che abbiamo perso tutta la nostra terra a Ni’lin. Non abbiamo più terre, eccetto la terra su cui viviamo, con la casa e il giardino. La prima parte delle terre, l’abbiamo persa quando è iniziata la costruzione degli insediamenti. Ma la porzione di nostre terre più grande ora si trova al di là del muro. Avevamo 260 dunam di terre, ora ce ne sono rimasti sei o sette.

Dal momento che siamo contadini ma siamo rimasti senza terra, siamo stati costretti a trovare un’altra fonte di guadagno e di esistenza. Mio padre possedeva un permesso di lavoro all’interno dei confini del ’48, in questo modo riusciva a guadagnare abbastanza denaro per mantenere la famiglia. Ma nel 2008 fu arrestato per aver preso parte alle proteste contro il muro e non gli venne rinnovato il permesso di lavoro, per cui divenne disoccupato. Ci trovammo senza terra da coltivare e senza lavoro, un grosso problema per noi. Da quel momento, sono successe molte cose. Molti di noi sono stati arrestati. Sono stato arrestato, come pure i miei due fratelli e mio padre. Mia sorella e mia madre sono state ferite da proiettili veri. Un altro problema è rappresentato dalle incursioni notturne. I soldati hanno preso l’abitudine di irrompere nella casa della mia famiglia; l’hanno invasa più di 25 volte. Venivano sempre di notte, col volto coperto e i loro cani. Una volta, ci hanno confinati in una stanza, ma i miei fratellini, che allora avevano circa quattro anni, stavano ancora dormendo. Così quando si sono svegliati, non c’era più nessuno, eravamo tutti scomparsi, chiusi a chiave in una stanza. Hanno subito uno shock, e hanno iniziato a urlare. Questa esperienza li ha marcati per sempre. Ancora oggi, succede che si facciano la pipì addosso senza accorgersene, a causa della paura.

Mia madre ha iniziato a soffrire di attacchi di panico a causa dello stress a cui ha dovuto far fronte. Questi attacchi avvengono in momenti in cui è ansiosa o sotto grande pressione o stress. E’ iniziato durante l’Intifada e è peggiorato dopo il 2008, quando molti di noi furono arrestati e feriti e la nostra situazione economica peggiorò. Mio padre è senza lavoro da sei anni. Quì, non è rimasta più nessuna terra, nessun lavoro.

L’occupazione colpisce le nostre vite in molti modi, a livello economico e sociale.

per altre informazioni: http://www.nilin-village.org/

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