Prawer Plan: come i nativi diventarono invasori nelle proprie case

5 Dicembre 2013 / Fonte: 972mag.com, Noam Sheizaf

Foto: un’operazione in stile militare: la polizia spara gas lacrimogeni contro i manifestanti durante una manifestazione contro il piano Prawer-Begin, vicino alla cittadina di Hura, Israele. (30 Novembre 2013).

Questa settimana dei rappresentanti della stampa internazionale in Israele hanno ricevuto un invito per una gita nel sud del paese per “esplorare l’argomento” della popolazione beduina. Lo scopo della visita è di presentare il piano per la gestione dell’insediamento dei beduini nel Negev che, secondo l’invito, mira a promuovere “lo sviluppo economico della popolazione beduina del Negev e a risolvere il conflitto riguardante la proprietà delle terre”.

Il tour, che si svolgerà il 10 dicembre, è gestito dal generale Doron Almog, che è alla guida dell’unità che metterà in pratica il piano di (ri)arrangiamento, comunemente chiamato Prawer Plan (dal nome di un altro generale, Udi Prawer, che formulò il documento iniziale). Questa operazione in stile militare ha come scopo quello di trasferire decine di migliaia di Beduini, la popolazione nativa del Negev, dalle proprie case nei villaggi non riconosciuti a delle aree designate la cui posizione e confini esatti non sono ancora stati rivelati.

Il fatto che Almog stia parlando alla stampa estera quando i beduini stessi sono tenuti all’oscuro dei dettagli del piano la dice lunga. Quasi 100 mila beduini vivono nei villaggi non riconosciuti del Negev, ma mentre il piano Prawer diventerà legge dello stato tra qualche settimana, nessuno di loro sa se la propria casa verrà distrutta o il proprio villaggio sfollato. Persino le imprese che vengono assunte per implementare il piano devono firmare una clausola speciale che assicuri che mantengano il silenzio sui dettagli del piano Prawer. Nel contratto, il violare questa clausola viene definito “un oltraggio alla sicurezza nazionale”.

la polizia disperde manifestanti il 30 novembre a Haifa, nel “Giorno della Rabbia”

L’unica persona che ha ricevuto dei dettagli riguardo le aree designate per i beduini è il ministro dell’edilizia Uri Ariel, il colono più estremista nel governo, che ha chiesto di visionare le mappe prima di dare il suo supporto al piano. A quanto pare, Ariel è rimasto soddisfatto da quanto ha visto.

Il problema dei villaggi non riconosciuti è nato a causa del rifiuto di Israele di rispettare le rivendicazioni sulle terre che non erano mai state registrate dalle autorità britanniche o ottomane (in seguito, lo stato ha annullato ogni rivendicazione sulle terre nei casi in cui il proprietario fosse assente dalla propria proprietà, portando all’esproprio delle terre appartenenti ai palestinesi che erano fuggiti o erano stati espulsi nel 1947-49).

I Beduini hanno tenuto traccia delle loro terre attraverso il proprio sistema tradizionale. E nonostante non venne mai ufficializzato, veniva riconosciuto dalle autorità britanniche. A quanto risulta, gli ebrei che volevano insediarsi nel Negev prima della creazione dello stato di Israele sapevano che alcune aree del deserto erano già popolate e che la terra era già presa. Un documento del 1920, redatto dall’organizzazione sionista Hachsharat Hayishuv, mostra che 2.6 milioni di dunam di terre attorno a Be’er Sheva erano già di proprietà di qualcuno e che oltre 35 percento di quel territorio era coltivato. Questi documenti, scoperti dal professor Oren Yiftachel della Ben-Gurion University, e presentati dai Rabbis for Human Rights (Rabbini per i Diritti Umani), sono disponibili nei Central Zionist Archives.

Nel 1956, dopo che la popolazione beduina della parte ovest del Negev era già stata deportata ad est (dove risiede attualmente), un comitato del governo israeliano determinò che, in pratica, il governo britannico aveva riconosciuto le rivendicazioni di terre beduine; basandosi su questo riconoscimento, alcune organizzazioni ebree addirittura pagarono per delle terre sulle quali volevano insediarsi. Ciononostante, le terre non vennero registrate dallo stato di Israele, e come risultato, le corti israeliane negli anni hanno continuato a rifiutare le rivendicazioni dei beduini sulle proprie terre. Per lo stato, i nativi diventarono degli invasori nelle proprie case e sui propri campi.

Visto che il problema era stato affrontato solo parzialmente – una buona parte della popolazione fu spostata in sette città beduine costruite dal governo israeliano, mentre alcune rivendicazioni di terre furono solo “notate” negli anni ’70 ma non riconosciute – con l’aumento della popolazione beduina, la situazione peggiorò. In assenza di piani di gestione del territorio, lo stato ha continuato a distruggere le case dei beduini e a negare alle comunità beduine le infrastrutture di base come l’acqua e l’elettricità. Oggi, il governo si appoggia al fatto che alcuni dei villaggi non riconosciuti due decenni fa non esistevano ancora – questo viene presentato come una prova secondo cui i beduini starebbero tentando di prendere il controllo del Negev, o di ciò che il generale Almog chiama “un territorio contagioso da Hebron a Gaza”. Ma uno dovrebbe chiedersi quali altre opzioni restano ad una popolazione mantenuta al di fuori della legge.

poliziotti israeliani avanzano contro i giovani beduini che gli tirano sassi, sulla road 31, per le manifestazioni contro il Prawer Plan

Il desiderio di risolvere finalmente la questione avrebbe costituito un’opportunità, se fosse stato un tentativo onesto di riconoscere i diritti di una popolazione nativa. Ma il piano del governo sembra essere più interessato a seguire la classica formula del “massimo di terre, minimo di arabi” che alla popolazione beduina stessa – specialmente perché, almeno in alcuni casi, in alcuni luoghi dove verranno evacuate le case beduine sono in progetto delle costruzioni di insediamenti ebraici.

Dopo le proteste di settimana scorsa, le personalità del governo e i giornalisti israeliani hanno iniziato a lamentarsi del fatto che la leadership araba e gli attivisti di sinistra stiano tentando di trasformare il piano Prawer in una “questione palestinese” e di internazionalizzare quella che sarebbe un dibattito interno israeliano. I beduini sono certamente dei cittadini israeliani, ma come ci insegna la storia, l’unico modo per difendere i diritti di una minoranza etnica-nativa è attraverso la mobilitazione della comunità internazionale (e persino in quel caso, le possibilità di successo sono molto scarse).

Persino le democrazie tendono a riconoscere i diritti delle popolazioni native solo dopo averle derubate della maggior parte dei loro beni e territori. Solo allora si scrivono libri sulle loro tragiche storie e dei musei vengono costruiti in loro onore. I beduini sono ancora quì. Non hanno bisogno di nessun museo, hanno bisogno dei propri diritti.

Fonte: http://972mag.com/prawer-plan-how-the-natives-became-invaders-in-their-own-homes/83052/

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