«Questo è il nostro paese, anche se lo è solo di nome»

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9 luglio 2014 | International Solidarity Movement, Charlie Andreasson | Gaza, Occupied Palestine
Gli attacchi delle forze aeree israeliane su Gaza negli ultimi giorni sono aumentati di intensità e si avvicinano in maniera preoccupante al centro di Gaza City. 

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Quattro persone sono state uccise poco dopo le 14:00 di ieri; secondo le prime informazioni pare appartenessero al braccio armato di Hamas; sono stati attaccati da un drone mentre viaggiavano in automobile. L’uccisione mirata è avvenuta a ovest del quartiere di Saha a Gaza City, in una zona densamente popolata. 

 Appena due ore dopo un altro attacco, stavolta pochi chilometri a nord del centro città. Tutto ciò che resta di un giardino tra alcuni condomini, dopo due missili sparati da un F-16, è un gigantesco cratere e alcuni pezzi di lamiera contorti. All’interno di una abitazione, i pavimenti e i mobili sono coperti di schegge di vetro delle finestre e di pezzi di intonaco dal soffitto; la forte esplosione ha causato evidenti crepe sulle pareti. 

 Un’ora dopo altri due missili, diretti un chilometro a sud del porto. 

La strada è interamente cosparsa dei frammenti di vetro delle abitazioni e dei finestrini delle auto parcheggiate, anch’essi andati in frantumi a causa dell’esplosione. 

Al momento dell’esplosione dei missili Amihan Shublaq era a casa con la sua famiglia; molte finestre della sua abitazione sono andate in frantumi. 

«Gli attacchi arrivando sempre più vicini, la prossima volta forse saremo noi ad essere colpiti» mi dice, stringendo uno dei suoi figli. 

Per fortuna questa volta nessuno della sua famiglia è rimasto ferito. Tuttavia, anche se potesse, non lascerebbe Gaza. «Questo è il nostro paese, anche se lo è solo di nome» mi dice.

Poi, a voce bassa, prosegue: «Non bisogna dimenticare che anche questa volta ha iniziato Israele: stanno facendo tutto questo per rompere il processo di riconciliazione tra Gaza e la Cisgiordania. Ma noi non siamo in grado di difenderci da Israele, e il resto del mondo sembra non essere in grado di convincere Israele a fermare questa violenza.» 

«Noi vogliamo la pace. La situazione non fa che peggiorare, generazione dopo generazione: come se la vedranno i nostri figli? Non hanno futuro. Dobbiamo ottenere la pace, altrimenti per loro non ci sarà futuro, ma dobbiamo anche riottenere la nostra Palestina, cosa che Israele non permetterà mai».

 

Fuori, i vicini ripuliscono la strada dai frantumi di vetro; rumore di droni sopra le nostre teste mentre, in lontananza, proseguono le esplosioni. 

 

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