L’Arca in fiamme

13 Luglio 2014 – Charlie Andreasson – Gaza, Palestina occupata
Fonte: https://www.facebook.com/notes/arcadigaza-gazasark/larca-in-fiamme/264571807075358
 L’Arca era in fiamme ed io sono stato l’ultimo a saperlo. O almeno, quella è stata la sensazione.

 

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Una inglese che vive nel mio stesso edificio, ma all’ultimo piano, non riusciva a dormire per il suono delle esplosioni dei missili, il ronzio dei droni, il rumore degli elicotteri, il sibilo dei di razzi, i bombardamenti della marina israeliana; così è andata sul tetto.

Con la coda dell’occhio ha visto una fiamma rosso-arancio tracciare una linea nel cielo notturno, l’ha vista colpire il porto, e un momento dopo  l’incendio che divampava. Solo allora è arrivata la detonazione.

Non ha neanche più provato a dormire e poco dopo è iniziata la catena di messaggi su fb.

Un’ora più tardi, alle tre del mattino, sono stato svegliato da un amico che vive in un campo profughi nella parte nord-est della Striscia, il quale mi ha comunicato quello che avevano visto quattro piani sopra di me. Un quarto d’ora dopo ero al porto.

 

 

E’ stato subito evidente che non si sarebbe salvato nulla. Non potevo negarlo. Il capo dei vigili del fuoco, che era lì, mi ha visto e si è reso conto, si è avvicinato e mi ha dato la mano. Ci eravamo già incontrati, si ricordava il mio nome, era dispiaciuto. Ho ringraziato lui e i suoi uomini. Mi sono guardato intorno. A causa dei bombardamenti c’erano altri danni nel porto, ma minori. Nient’altro che avesse provocato incendi o esplosioni.

L’obiettivo era l’Arca.

Sono rimaste distrutte otto hasaka, piccole barche con il motore fuoribordo, intaccate dal fuoco, come una malattia letale. Quelle barche sono l’unica fonte di reddito per le famiglie che le possiedono.

 

 

 

La prossima volta che il confine con l’Egitto sarà aperto io potrò lasciare Gaza, potrò tornare a casa, cercare un nuovo lavoro e dimenticare quello che ho vissuto. Le famiglie delle otto hasaka no: sono bloccate qui, non possono andare da nessuna parte, costantemente consce della loro vulnerabilità.

Era proprio per queste persone che volevamo rompere l’assedio.

 

 

 

Il Direttore Generale del Ministero dei Trasporti ha saputo e mi ha chiamato per dirmi che era dispiaciuto. Come potrò dire la stessa cosa a chi ha perso le proprie barche, il proprio sostentamento, nell’incendio? Capiranno cosa intendo dire?

Era l’alba. Ho trovato molti pezzi dell’Arca sparsi tutt’attorno, alcuni fino a venti metri di distanza: pezzi di plastica dei serbatoi dell’acqua, assi di legno del ponte, parti metalliche del parapetto. Il tetto della cabina di poppa giaceva a terra, capovolto.

L’esplosione è stata potente. Come il messaggio che Israele ha inviato, non solo a noi, ma al mondo intero. Israele sa benissimo che non può fermarci con mezzi legali: deve usare la potenza militare per continuare l’assedio, la colonizzazione e l’abuso dei palestinesi. Il precedente sabotaggio all’Arca non era riuscito a fermarci, anche se non aveva portato a nessuna notizia o protesta di rilievo.

Questa volta l’Arca non può essere salvata, e neanche questa volta sarà una grande notizia o ci saranno proteste. E’ stata distrutta all’ombra di una guerra. Ma le cose sono connesse. Si tratta di atti di guerra contro i palestinesi, contro la loro libertà di movimento, il loro diritto a sviluppare l’economia, a essere parte del commercio internazionale; atti contrari al rispetto dei diritti umani, alle leggi internazionali. Sono atti contro tutto ciò che può portare ad uno stato palestinese, contro tutto ciò che lo evoca. Israele non può farlo con la politica, può farlo solo con i soldati.

 

le foto 

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