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Solo una o due ore dopo l’annuncio di una tregua, il cessate il fuoco è stato infranto. Nel campo profughi di Shati, zona densamente popolata, la casa di Mahmoud al Deeb Sohils Hosris è stata completamente demolita in un attacco aereo.
E’ stato un miracolo che non ci siano stati morti o feriti.
Dove prima c’era una casa, ora resta solo un gran mucchio di mattoni, mobili e oggetti rotti.
Volontari aiutano a pulire dalle pietre l’angusta stradina, mentre altri si adoperano per recuperare le poche cose salvabili.
Non è di gran conforto per Sohlis e la sua famiglia, che hanno perso tutto, sapere che non sono i soli: sono state distrutte 570 case, solo a Gaza, da quando è cominciata l’operazione militare in corso – e questo numero non include le case demolite dalle forze israeliane in Cisgiordania.
Un cessate il fuoco, senza risolvere la causa alla base di questa situazione a Gaza, non potrà mai condurre ad una pace duratura.
Tornare ai confini del ’67 -nel rispetto del Diritto Internazionale – e abbandonare l’assedio, sembra un’idea inaccettabile per la potenza occupante: eppure è l’unico modo di garantire protezione a tutti i cittadini.
Ciò non si avvicina neanche all’idea della soluzione di uno stato unico.
Le politiche di colonizzazione non porteranno pace e sicurezza, ma solo il continuo intensificarsi di violenza, maggiore incertezza e più case demolite.
testo e foto sono di Charlie Andreasson
Trad. F.S.


