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17 dicembre 2014 | International Solidarity Movement, team Khalil | Hebron, Palestina occupata
Mohammad Saleh, un uomo di sessantasei anni, palestinese di Tel Rumeida, al-Khalil (Hebron), ha atteso con il suo asino fuori del checkpoint Shuhada per nove ore nel corso di due giorni. Ha trascorso quattro ore di attesa prima di essere autorizzato ad attraversarlo lunedi (15/12/14) sera.
Ha poi trascorso cinque ore martedì (16/12/14) nel tentativo di attraversare in direzione opposta prima di riuscire a tornare indietro, dopo essere stato ripetutamente respinto dalle forze israeliane, sostenendo che asini, muli, cavalli e carri non hanno il permesso di passare attraverso il checkpoint .
Il Shuhada checkpoint serve come unico passaggio tra il quartiere di H2 (controllata da Israele) di Tel Rumeida e il quartiere H1 ( amministrato dall’Autorità Palestinese) di Bab Al-Zawiye, un percorso che molti palestinesi devono attraversare regolarmente nel corso del loro lavoro e routine quotidiana.
Mohammad è arrivato dal lato di Bab Al-Zawiye del checkpoint alle 13:40 del lunedì, con il suoasino carico con brocche di latte vuote e bisacce piene di diverse prodotti. Le forze israeliane hanno rifiutato di lasciarlo passare, affermando che nessun animale è permesso oltre il posto di blocco – una affermazione che nessuno, tra cui altre organizzazioni internazionali presenti sul posto così come l’Ufficio di coordinamento distrettuale palestinese di al-Khalil, aveva mai sentito prima.
Mohammad ha spiegato che gli era stato permesso di passare il checkpoint il lunedi mattina, con la promessa che sarebbe stato lasciato rotornare attraverso il check point nel corso della giornata. Quando è tornato, ha trovato una nuova divisione di soldati e nessuno disposto a lasciarlo passare. Il soldato che dirigeva il checkpoint sosteneva che aveva bisogno del permesso dal suo comandante per aprire il cancello, che avrebbe consentito a Mohammad di passare con il suo asino.
Un volontario ISM sul posto più tardi ha ricevuto una telefonata spiegando che la nuova regola dell’esercito israeliano dichiarava che cavalli, asini e muli non erano autorizzati a passare attraverso il checkpoint. Nessuno, però, è stato in grado di spiegare il motivo per cui a Mohammad era stato permesso di passare quella mattina, ma gli era negata la strada verso casa. “Guardate il mio ID”, ha detto al soldato a un certo punto, “Sono nel vostro computer. Passo da qui continuamente “.
È rimasto in attesa, seduto accanto al suo asino sulla base di cemento freddo della recinzione, mentre il pomeriggio diventava sera. Il cielo si è oscurato, anche se le luci del checkpoint ancora illuminavano le recinzioni, itornelli, e il filo spinato. Anche il soldato sembrava cionvolto, e gli diceva di tornare a casa, perché era freddo e tardi ed era chiaro che nessuno lo avrebbe aiutato. Ma Mohammad aveva già messo in chiaro che non avrebbe lasciato. Circa dieci minuti dopo il soldato finalmente ha aperto il cancello, dicendo che era l’ “ultima volta”, che gli sarebbe stato consentito di attraversare. Sebbene Mohammad abbia ascoltato il messaggio del soldato, era chiaro che non gli avrebbe retta. Ha intenzione di continuare a resistere, non importa quello che gli avevano detto.
E così è stato, il mattino successivo, ancora una volta in piedi al di fuori del posto di controllo, questa volta sul lato di Tel Rumeida, con brocche di latte piene legate alla parte posteriore del suo asino paziente. I soldati hanno presentato diverse ragioni per cui negargli il passaggio, dal divieto di passaggio per qualsiasi cosa attraverso il posto di blocco troppo grande per passare attraverso il tornello, alla nuova regola di non permettere asini, cavalli e muli attraverso. Volontari dell’ISM hanno tentato di trovare una soluzione, offrendosi di portare le brocche di latte intorno al checkpoint e incontrare Mohammad e il suo asino sul lato opposto. I soldati israeliani che presidiavano il posto di blocco hanno respinto tutti i suggerimenti.
“È l’asino il problema o il latte il problema?” Un attivista ISM alla fine ha chiesto.
“L’asino è il problema,” rispose il soldato.
L’animale potrebbe passare attraverso il metal setector; solo l’altra sera gli attivisti ISM avevano a utola ridicola visione dell’asino di Mohammed che passava con disinvoltura attraverso la struttura di cemento, con i suoi contenitori vuoti oer il latte che sbattevano contro gli spigoli dei cancelli. Il tornello era l’unico ostacolo al suo passaggio – un ostacolo che il soldato potrebbe superare aprendo il cancello laterale del metal detector per lasciar passare l’asino verso Bab Al-Zawiye.
Dopo cinque ore di attesa, il commento di Mohammed era il più azzeccato: “I soldati sono il pproblema”, aveva spiegato in arabo.
Vietare asini, muli e cavalli e carretti è solo l’ultimo di una serie di soprusi umilianti e frustranti, imposti allla gente che abita nelle vicinanze del check point, e che deve attraversare per lavoro, studio o spese delle cose più elementari come cibo fresco. Solo pochi vioeni fa un gruppo di anziani Palestinesi, malati, bambini e insegnanti di unascuola locale, erano stati costdetti ad aspettare, qualcuno anche tre ore, prima di essere autorizzati a passare.
Quando le forze israeliane hanno chiuso il check point dopo l’incendio di quasi un mese fa, impedendo alla maggior parte delle persone di passare per più di tre settimane, i Palestinesi si erano forzatamente adattati. La gente conosce peercorsi alternativi al heck point; vari sentieri, attraversando i cortili di qualcuno, scalando muri e ruderi tra Tel Rumeida e Bab al Zawiye. Questi “percorsi da coniglio”, tuttavia non sono affatto adatti a un asino, e tantomeno a vecchi e malati, o a gente che deve trasportare materiali knbombrantu.
Dal tentativo di distruggre il xhexk point con il fuoco, i ilitari lo hanno ricostruito più grande e con più ostacoli per il passaggio. Un lato ha ora il metal detector, e ambedue le direzioni sono attrezzate con tornelli verticali che wono il maggiore impedimento per chiunque si muova con grossi bagagli. I soldati continuano a usare l’incendio del check point come scusa per una punizione collettiva imposta a tutta la popolazione – giovani e vecchi, sani o indisposti – che vivono o lavorano nei pressi del check point di Shuada street.
Qualsiasi Palestinese può venire fermato quando prova a passare. Anche con il check point ufficialmente aperto, troppi vengono fermati. I soldati regolarmente perquisiscono le borse, fanno levare la cintura e svuotare le tasche prima di concedere il passaggio. Queste umiliazioni quotidiane e i frequenti controlli delle ID con detenzioni temporanee, sevono come indimenticabile segno dell’illegale occupazione israeliana. I soldati presnti ai check point citano spesso nuove regole o ordini supeeiori, per giustificare il rifiuto di fare passare, ma sembra proprio che sia il capriccio del soldato di turno, che fa passare in frettta o con ore di attesa.
Molti Palestinesi devono passare dal check point parecchie volte al giorno, trasportando alimentari freschi, o bombole di gas o olio per la cucina e il riscaldamento delle llro case. Nelle ore passate dai volontari ISM con Mohammed, sono stati testimoni delle variegate discussioni e inconvenienti legati al ricostruito check point. Una donna con spesa troppo ingombrante non è riuscita a infilarla nel tornello. Qualjcuni dall’altra parte ha dovuto venire ad aiutarla a passare le borse per poi ridarle alla signora dopo che era passata. I soldati hanno negato il passaggio a dei ragazzi che volevano passare le loro biciclette.
A un certo punto della notte di lunedì, un gruppo di soldati in libertà avevano attraversato Shuada street, venendo a fermarsi aparlare e ridere vicino al xhexk point, che contrasto la loro facilità di movimento con le contorsioni dei Palestinesi per il passaggio! La gran parte di Shuada street è vietat ai Palestinesi, ed è riservata a coloni e soldati che occupano H2. Anche i Palestinesi che riescono a passarshano poi dei circuiti contorti tra learee di Tal Rumeida. Molti, soprattutto anziani e malati, sono effettivamente impediti di rendersi in porzioni dellla città dove le loro famiglie avevano vissuto per generazioni.
“Voglio resistere”, ha detto Mohammed agli ISM ers il primo giorno che avevano aspettato con lui. Si era assicurato che la traduzione fosse giusta, ripetendolo, “Voglio resistere”, ha poi detto di nuovo, dopo tre lunghe ore prima di essere autorizzato.



